A Napoli ognuno vive in una inebriata dimenticanza di sè. Accade lo stesso anche per me. Mi riconosco appena e mi sembra di essere del tutto un altro uomo. Ieri pensavo: "O eri folle prima, o lo sei adesso" (Wolfgang Goethe, Viaggio in Italia)
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Sono qui circondato dai miei affetti e dalle mie certezze (?). Ieri sono tornato a casa, dopo una due giorno pregnante - costruttiva - allegra, con un malessere incredibile addosso. Un malessere iniziato all'improvviso, dopo aver visto un volto imbruttito da una nascita deforme suonare e suonare per le strade di Roma; suonare ed essere guardato solo per il suo aspetto. Mai musica mi è stata più amara; è scesa dentro di me, mi ha mostrato come sono io, una piccolissima luce in un abisso di bellezza. La bellezza di quell'uomo, che era lì, a ricordarmi di me stesso, e della vita che ci circonda. Il suo viso è ancora qui con me, non riesco a spiegarmi la sua forma nè il perchè. Anzi, non me lo chiedo, altrimenti so già dove andrei a finire.
Alla stazione un gruppo di tifosi del Palermo, di ritorno dalla trasferta di Milano del giorno prima, si sono fatti forti con un controllore o capotreno: in realtà era solo uno di loro l'esagitato, ma gli altri non hanno fatto nulla per fermare la sua dimostrazione di potenza. Eppure siamo tutti uguali, ma loro non lo sanno. In fondo alle loro vite c'è un vicolo cieco, eppure continuano a correre. C'è una tale confusione nei miei occhi di fronte a simili spettacoli; c'è qualcosa che mi colpisce, che mi obbliga a guardare: alle volte odio, alle volte vorrei solo scappare. Spesso mi chiedo dov'è finito il filo di Arianna, forse sotto qualche metro di sovrastruttura culturale.
Giunto a Capodimonte, trovo il gruppetto di extracomunitari, (i soliti della zona che lavano i vetri), accovacciato sul marciapiede, con i vigili intorno ad offrirgli una qualche protezione per qualcosa che in realtà doveva essere avvenuto nei minuti precedenti: due di loro si mantengono uno straccio in testa, probabilmente per tamponare il sangue, o addolcire il dolore. Uno dei due è un bambino, uno di quelli con il viso già indurito dalla vita di strada: guardandolo non ho provato pena per lui; per i suoi compagni si, ma lui mi è sembrato quasi meritevole di quel dolore. Non so perchè, è stata una sensazione istintiva. Aveva gli occhi cattivi di chi ha smesso di cercare le colpe (innate ? ) per la sua condizione, di chi non cerca più di comprendere dove avesse sbagliato nella sua vita (forse solo a nascere in un paese povero) e si difende dalla violenza con la violenza. Ho avvertito, in questa sensazione, la mia morte e la morte del futuro dell'uomo; ma devo essermi sbagliato, ne sono certo.
Potrebbe essere gustosissimo quando si è sotto la doccia, ma forse farebbe un po' impressione in altre situazioni. Da guardare possibilmente senza bambini alle spalle o con persone che non hanno idea di cosa sia l'oggetto in questione. Date un'occhiata (fondamentale è anche ascoltare) e poi chiedetevi, cari colleghi maschi, se non siamo rimasti un po' indietro in quanto a tecniche di intrattenimento del partner nel post-coito.