A Napoli ognuno vive in una inebriata dimenticanza di sè. Accade lo stesso anche per me. Mi riconosco appena e mi sembra di essere del tutto un altro uomo. Ieri pensavo: "O eri folle prima, o lo sei adesso" (Wolfgang Goethe, Viaggio in Italia)
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BUUUZZZZ!!! più o meno è questo, onomatopeicamente parlando, il suono che mi ha svegliato stamattina: poi, in rapida successione, i passi di mia madre che scendeva al cancello, la porta che si apre e resta semichiusa, il ritorno della di lei di cui sopra, e infine una timida - arrogante - decisa entrata nella mia stanza, io cui io ero sonnacchiosamente impegnato a sprofondare nella morbidezza calda del letto, nonostante fosse ora di alzarsi da un po' (eh, caro studio che mi fai dire queste cose...). Mia madre però, dopo aver senza alcun permesso alzato la tapparella (come la chiamate voi?), e fatto entrare l'affilata luce nei miei occhi, ha avuto gioco facile nel convincermi al passo estremo, quello di sollevare le pesanti coperte e mettere il mio piedone intirizzito nel crudele mondo esterno, poiché ha attirato la mia curiosità poggiando una busta e un pacco sulla scrivania, in perfetta visuale dei miei occhi. Così non ho potuto resistere più di cinque minuti nel letto, nonostante avessi l'intenzione di fare tutt'altro, e sono andato a vedere di cosa si trattava. Sulla busta bastano due parole, tempo fa avevo donato il sangue in un'ambulanza a Piazza Dante e oggi mi sono arrivati i risultati (se siete curiosi, sono perfettamente sano in tutto e per tutto!), invece è il pacco ciò che più ha attirato la mia attenzione. Alla fine non capita tutti i giorni di vedersi recapitare una scatola inaspettata, inaspettatamente giunta dall'America, e per di più con un inaspettato contenuto : un puffo, o meglio, un Grande Puffo, di plastica, dell'altezza si e no di di 3/4 cm!
E quel cosino di plastica, fabbricato in Germania, (ha fatto il giro del mondo, andata e ritorno, e non lo sa), mi ha catapultato in un vortice di pensieri: ho pensato chissà in che scaffale stava, in che negozio, in che città, come è arrivato lì, chi l'ha toccato, che luogo doveva essere dove stava, con gente americana che vive americano e pensa americano; con cibo americano da tutte le parti, forse con neve e fuoristrada, giubbotti, camicie di flanella, bimbi pienotti e mamme nere vestite in tailleur, poliziotti hollywoodiani, Bush in Tv che parla tutti i giorni di terrorismo e il dollaro che vale 70 centesimi di euro e l'economia che si capovolge, non si sa bene a vantaggio di chi, visto che in Europa non sono contenti, e in America fanno le guerre per cercare di arginare il problema.
Il Grande Puffo è su una mensola della mia stanza ora, se lo guardo corro subito a pensieri intercontinentali, come un italiano d'inizio secolo guardando la Statua della Libertà nella cartolina di un parente, ma è un pensiero felice, mi stimola, non so bene cosa, eppure sono sicuro dell'importanza di questo battito d'ali di farfalla, che smuove, smuove, smuove fino a creare un tornado...

Sergey Brin, insieme al suo amico/collega Larry Page, è il creatore di Google: all'età di 25 anni (io ci sono quasi), giovani universitari, hanno avuto la brillante intuizione di creare un motore di ricerca (quando esisteva già l'affermatissimo Yahoo!) che utilizzasse un sistema alternativo per reperire informazioni: più link (ad altre pagine) ha un sito più è "autorevole" e quindi posto in alto nei risultati.
Oggi Google è il più utilizzato motore di ricerca, fattura 4 miliardi di dollari, la foto di Sergey Brin è finita sul mio blog (chissà se lui ci capiterà mai per caso, nel web tutto è possibile) ed ha migliaia di dipendenti. Spero che non si perdano nelle dinamiche di potere, come pare sia successo in Cina.
Ho letto un po' in giro nella blogosfera, quella dei miei amici, non ho interesse in quella degli altri, e mi sono reso conto di come negli ultimi posts si ritrovino riferimenti alla camorra, al sud, alla spazzatura (tossica e meno tossica) che ci ha sommerso, sommerge e ci sommergerà: conscio del fatto che probabilmente avremo tutti visto l'intervista di Saviano a Che tempo che fa di domenica, anch'io seguo "la massa", continuando questo rigurgito di bile che nessuno di noi ha mai potuto facilmente dissimulare. Come tutti sapete, io sono sempre stato uno dei più grandi ottimisti sulla razza umana, sul suo sviluppo, sulle possibilità di migliorie in tutto ciò che ci circonda, ma ultimamente, scontrandomi sempre più col mondo stressato degli "adulti", non lo sono più. Comincio ad essere conscio che io, per estrazione sociale, per aspirazioni, per incorrutibili (questo me lo autoriconosco, scusatemi l'arroganza) ideali, per desiderio palese di condurre una vita normale, dovrò abbandonare la mia terra, lasciando dietro di me una scia di dispiacere, e l'ombra visibile del tradimento. Della fuga dal nemico.
Ho voglia di abbandonare il mio continuo stare all'erta, che ormai è così connaturato in me da sembrarmi null'altro che una particolare, e del tutto naturale, funzione del mio cervello; ho voglia della facoltà di poter almeno vagliare, nell'acquisto di un'auto nuova, quelle di ultima uscita e non di doverle escludere a priori; ho voglia di non passare tutta la trafila volantinaggio-cameriere-callcenter (ovviamente in nero e per pochi spiccioli a giornata) per poi ritrovarmi con la laurea ed un contratto a tempo determinato della durata di alcuni mesi, perennemente da rinnovare; ho voglia che non debba esser preoccupato per mio fratello se esce con la macchina (è decisamente nervosetto alla guida); ho voglia di poter farmi sempre gli affari degli altri, scrutare le zone d'ombra, annotare i movimenti sospetti e denunciare ogni minima nefandezza, senza la pressione dell'antico adagio "Chi si fa gli affari suoi, campa cent'anni" (sempre vero, purtroppo)... ho voglia, voglia, voglia, che il mondo che mi circonda si metta a girare all'incontrario, che il pianeta si decida una buona volta a sovvertire le sue regole naturali cosicchè, nell'a-naturale movimento, si possa ristabilire un giusto verso alle cose (paradosso emblematico).
Avrei voglia (meglio il condizionale - modo delle possibilità - ad un indicativo fragile nelle sue certezze) di non dover andare fuori, scegliere una soluzione così anacronistica, quasi ridicola, quasi impronunciabile per la sua assurdità, eppure così reale: emigrare. Come ad inizio secolo ed anche prima. Ho voglia si. Ma le valigie già sono pronte, e con loro non il mio cuore.
uagliù impegni vari mi impediscono di scrivere anche solo due righe: ma non posso lasciar andare il blog così a lungo, sennò poi muore come è successo ad altri! Così giusto qualche parola per farvi sapere che ci sono ancora, il blog non chiude ma mi seguirà ancora per parecchio, starei per laurearmi e per partire erasmus (incrociamo tutto l'incrociabile), sentimentalmente ho trovato il mio equilibrio e... il Napoli è in Serie A e mi fa divertire anche quando perde! Un abbraccio circolare! 